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sabato, 23 settembre 2006
Tasto con scanalatura a sinistra.



Non è che non avesse voglia di suonare, quel giorno. Se ne stava semplicemente lì, a provare un passaggio che non le riusciva perfetto e limpido come lo avrebbe desiderato.
Nelle mattine di pioggia le note si schiantavano piano, suono e rumore quelle gocce che urtavano il lucernario. Il lucernario. Da qualche parte bisognava pur guardare, per vedere un pezzo di cielo, e guardare in alto le era familiare. Un merlo. Ancora gocce. Lunghe le scie d'acqua sul vetro. Quel diesis che non voleva scivolarle via dalle dita.
Un tonfo.
E poi.

Poi d'improvviso il cigolìo forte della porta del mezzanino e rumori e passi pesanti lungo le scale. Cos'è, cos'è, si chiedeva con le mani ancora tremanti sui tasti d'avorio ingiallito.
Cos'è.

Chi è?






[E' stato un colpo alla nuca forte, metallico, stordente. Forse il calcio di una pistola. Forse un calcio. Passi, tonfi improvvisi e grida, lucine scomposte davanti ai miei occhi. Dietro di me artigli feroci, le urla, una voce, mia madre, un pianto, il mio nome in un grido, uno sparo, lamenti.
Silenzio.
Mamma? Dove sei, mamma? MAMMA?]



Ci fu un attimo eterno di silenzio irreale, la sua piccola figura accasciata bocconi sul piano. Ci fu un lunghissimo momento in cui trattenne il fiato, e poi furono di nuovo latrati in quella lingua pazzesca, mani ovunque a strapparle la gonna e le calze appena rammendate, un ennesimo colpo sulla mascella senza che nemmeno avesse fiatato e certi scarponi infangati ad allargarle le ginocchia. Un lampo di dolore. Un insulto bruciante e feroce, continuo, battente. E dei ruggiti orribili, ma lei non pensava a nulla. La guancia adesa alla vernice sbeccata del piano si tendeva al ritmo della sua vergogna. Colava moccio e sangue dal naso, fin sulla tastiera. Scendeva moccio, terrore e sangue e nulla di peggio sarebbe potuto accaderle.
A volte la morte aiuta. Quel giorno la morte aiutò solo un po', poi si sistemò ad un lato della stanza, vicino alla mensola degli spartiti. E lì rimase a guardare.


"La presero così, questo stronzi animali maledetti. La piegarono in due sul suo pianoforte a forza di botte, la massacrarono di pugni nonostante non abbia nemmeno avuto la forza di ribellarsi a loro. La madre agonizzava in corridoio e quei bastardi la violentarono a turno. La devastarono di colpi, la lasciarono svenuta e distrutta."


[Mamma, mamma, mamma, rispondimi mammaammamammammamma. Dimmi dove sei. Adesso vanno via vanno via vanno via. Vanno via, mamma. Non mi hanno fatto male, tutto passa. Oh, Dio, mammamammamamma dimmi solo che sei ferita mamma, ma dove sei mammamammamamma. Dio. Dio. Dio. Aiutami. Aiutaci. Mamma.]


Era quasi buio quando cadde pesantemente a terra. Faceva freddo. Istintivamente si coprì le gambe nude con le mani. Non piangeva, no. Non si rendeva nemmeno conto di respirare così forte persino con gli occhi sbarrati.
Vide la pozza scura, fine della vita della madre. Non uscì dalla sua gola nemmeno un urlo, ma conati e singhiozzi che non sapeva di avere in corpo.
La testa piegata sul cadavere della povera donna. I suoi lunghi capelli neri che accarezzavano ritmicamente il colore osceno di un'espressione congelata di morte e il sangue ormai rappreso.
In strada non c'era una voce. Silenzio intorno al silenzio. Solo il cigolio dell'assito sul quale dondolava l'orrore, infinito.


"Tolse tutti i "si" dal pianoforte, senza suonarlo mai più. I "sì" che non aveva mai detto, quelli che non avrebbe mai pronunciato e quelli che non avrebbe nemmeno più sfiorato con le dita. Non salì in soffitta per il resto della sua vita. E quello che è successo in seguito la nonna l'ha scritto qui, in questo diario. Qui c'è la sua storia, Marta. Questo è l'inizio della mia storia."







[Io stavo solo suonando il pianoforte. Sonata n.2 in si bemolle minore, Chopin.
Io stavo solo suonando il pianoforte.]
 

Postato da: Dikaiosyne a 18:41 | link | commenti (1)