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lunedì, 26 marzo 2007
Marisa.

Ogni volta che la bidella entrava faceva un gran cigolare di porta. Noi stavamo immobili, silenziose, col respirare dal naso. Lei passava trascinando le gambe gonfie da un banco all'altro, da un calamaio all'altro, riempiendolo con una dovizia inesorabile. I gesti meccanici, precisi e lentissimi. Noi a guardare. Non una parola.

Marisa, che aveva i capelli sempre fissati in lucide trecce nere, il fiocco al collo più grande di tutte e di un rosa acceso da fare invidia ai due terzi della classe, si vantava sempre che il suo calamaio non era mai troppo pieno. Era come se volesse far intendere alle altre che la bidella rispondeva ad una sorta di subliminale comando, per evitare che la bambina si sporcasse le maniche. Un calamaio pieno fino all'orlo ha i suoi rischi e lei, forse, sapeva come evitarli. Ci teneva in pugno con sciocchezze come questa, Marisa. Coi suoi fiocchi, la piccola croce d'oro al collo e le scarpe di vernice. Io me la ricordo per cose così.

Mi divorava l'idea che a casa avesse un vero trenino, come una volta le avevo sentito dire ad una delle più grandi. E di quando disse che sul treno, quello vero, ci era andata sul serio per viaggiare fino al mare. Io, il mare, l'avevo visto solo in certe illustrazioni colorate come disegni: allora pensai che poteva essere fatto di un azzurro intenso e decorato con decine di svirgolate tutto intorno, che erano le onde. Era un mare senza pesci, e sì che sarebbe stato fantastico vedere i pesci. Almeno sul libro, intendo. Invece seppi che Marisa c'era stata, e prima ancora sulla spiaggia, e prima ancora sul treno.

Tutto questo lo pensavo mentre contavo i denti accarezzandoli da dietro con la lingua,in attesa che arrivasse la bidella col suo carico nero di macchie, scie, goccioline, impronte con le dita, parole non scritte.
Stavamo tutte drittissime, nei banchi di legno tarlati. Le mani dietro la schiena. Solo quando la Signora Maestra diceva "Riposo" potevamo stendere le braccia in avanti, appoggiandole sull'asse inclinata. Oppure poteva capitare che entrasse qualcuno, come il Direttore. E allora su in piedi subito ognuna di fianco al banco, gambe unite, buongiorno squillante. La cosa divertente è che il Direttore si fermava sempre nella stessa posizione. La sua testa arrivava giusto alle Alpi Apuane, ma non credo che questo l'abbia mai saputo. Io lo so perché me lo disse Marisa.

E fu così che seppi del Gioco. Non che lei me l'avesse spiegato, non che me ne avesse mai raccontato il perchè. Era che io l'avevo osservata, fin da quando mi ero accorta di quanto diversa, uguale e speciale fosse Marisa. C'erano mattine in cui mentre la Signora Maestra spiegava cose complicate lei si sistemava leggermente di lato sulla seggiola scura. Tendeva le spalle all'indetro cercando un appoggio sicuro e serrava le labbra in cerca forse di concentrazione. Erano le volte in cui, compresa solo in se stessa, la vedevo seria ed assorta.

Dondolarsi. Piano piano. Su di sè. Il legno antico della seggiola sibilava ritmicamente sotto la sua gonna e lei alitava leggera un respiro che non sapevo. Il legno scricchiolava un po' di più e le vedevo luccicare la mossa delle scarpe puntate a terra. E poi si agitava ancora, ma sempre senza che le trecce strettissime e perfette cambiassero posto. E con un imprevisto affanno, a volte. Un sussulto. Voleva ridere? Chissà che gioco è. Sembra che debba arrivare da qualche parte, ma non si sa bene dove, pensai.

E invece. Il Gioco non si deve fare, mi disse l'unica volta che raccolsi il coraggio di tentare una domanda. E scoppiò a piangere con piccole lacrime a macchiare di scuro il rosa del fiocco inamidato. Non l'avevo vista piangere dal giorno che l'avevo guardata più del solito. Quella volta in cui, mentre m'era parso di sentire uno scricchiolìo fortissimo, mi accorsi di un piccolo scroscio sotto la sua sedia. E, improvvisamente, c'era tantissima acqua. Pipì. Era pipì. Il bordo del grembiule nero gocciolava. Il naso che colava lacrime e moccio. Un ciuffo nero sfuggito dalla forcina.

Scoprii che il pizzicore sulle guance della vergogna assomiglia al diastema della Signora Maestra che appare nello stupore. E al segno della croce prima di chiamare la bidella. Alla segatura che copre la pozza sul pavimento di graniglia. Al mento di Marisa affondato sul fiocco rosa.

Avrei fatto di tutto per essere simpatica a quella bambina. Sapevo che le piacevano i biscotti con la ciliegina candita. Mia madre li aveva fatti a Pasqua e io ne misi da parte qualcuno anche per lei, avvolgendoli in un tovagliolo azzurro. Ci misi anche un bigliettino decorato a pastello, con su il mare, i pesci d'argento e le onde disegnate attentamente, una vicinissima all'altra. Avevo in tasca il mio regalo, quel giorno. Ed era per quello che l'avevo guardata più del solito. Quella volta in cui, mentre m'era parso di sentire uno scricchiolìo fortissimo...

Me li sono dimenticati in tasca, Marisa, i tuoi biscotti.

Postato da: Dikaiosyne a 09:56 | link | commenti (3)

domenica, 11 marzo 2007
"Scusami."

"Non è niente."

Non le ha mai chiesto scusa. Neppure quella volta che il sangue le colava talmente forte dal naso che sembrava una fontanella impazzita. Credeva che si fosse come, chissà, aperto qualcosa. Un tubo, un pezzo, un varco, la sua faccia.
Ha imparato a guardare il sangue che cade come una cosa che non le appartiene. Dall'entità dell'urto sa già se e quanto ne sta per arrivare fuori da lei. Ormai lo sa. Ormai si sa. Lo osserva finchè non diventa vischioso e ci intravede di loro. Allora se ne riappropria e ne risente l'odore feroce di metallo. Ecco, quello è il momento di pulire, che poi.

C'era stata quella sera in cui gli aveva preparato un carpaccio pazzesco. E le lasagne, prima. Il pane alla destra del piatto. Lui era entrato senza passare dal garage, gli scarponi infangati sul pavimento che luccicava di cera data a suon di gomito. Le era sfuggito un "Oh, no…" e mentre stava lì, piegata sullo schienale della poltrona del salotto, con un pugno ad afferrarle la nuca lei concentrava il suo sguardo sul flute accanto al portacandele. Aveva un alone. La collana della mamma si spezzava sotto la morsa della mano serrata e la tempesta di urla. Era da lucidare, quel bicchiere. E anche lei, pensava, ecco.

Poi, inaspettatamente, va tutto meglio. Quando le orecchie rimbombano di suoni lontani e i colori fuori di lei si fanno cupi, quando i colpi si fanno lenti, quando arriva il silenzio. E silenzio intorno al silenzio. Lui è ora piccolo, torpido. Va via. Giri ovattati concentrici tra il tinello e la cucina. Lei, spesso, cerca solo di respirare piano. Lui torna. Si avvicina. Sbatte il fiato contro al suo. Non è niente, pensa. Ha solo grattato via con le mani quello che di brutto c'è in me. E' perché mi ama. E' perché solo io lo so. Che non smetta mai.

C'è quell'ombra fredda e pesante, sotto lo sterno. Lei se la sente da tanto di quel tempo. Da prima che conoscesse quest'uomo che, lo san tutti, le vuole un gran bene. Fin dai primi giorni sapeva benissimo come provocargli quello sguardo sinistro, quel virare di luce negli occhi. Lui, quel macigno, quel cadavere di persona cattiva nascosto giusto sotto la pelle, l'avrebbe strappato via. E allora seppe che aveva bisogno di lui. E di quella scarica di compassione elettrica sul suo corpo, che solo lei sapeva come accendere. On, Off. Accenditi, cresci, colpisci la putrefazione che non vedi ma che è qui, proprio qui, qui con me.

"Scusami."

"Non andare via."



E quella sera che nemmeno pioveva lui l'aveva guardata fissa, sperando di allungare la sua agonia almeno per un altro minuto.
L'aveva guardata forte fino all'ultimo tremore, poi c'ha sputato sopra urlando di lei.

Postato da: Dikaiosyne a 21:47 | link | commenti (2)