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martedì, 22 maggio 2007
Vederti Volare.

 
Non immaginavo che ti salvassi. Mi faceva persino un po' impressione prenderti in mano, così spelacchiato e umido. Pancia molle e pelle sottile al di sotto della quale si intravedevano strani piccoli mondi, scuri, zampette flaccide. Occhi enormi che balzavano su da quel becco spropositato e idiota. Sempre aperto. Sempre quel verso. (La tua voce). E io ad allungarti un pappone schifoso che mi han propinato in farmacia, mentre (ti guardo il fondo della gola). Ma si potrà definire "gola", quella di un passero scemo caduto dal nido?

Non sono sicura di volere che ti salvassi. Ti ho raccolto nel parcheggio del supermercato solo perché c'era una bimba bionda che mi fissava. E un essere inguardabile e stridente di fianco alla portiera. Ti ho raccolto con un sorriso di plastica, salutato la bambina, avvolto in un kleenex, posizionato sulla pedanina. (La bambina va via) aggrappata al polso di una donna con troppe sporte di plastica che le dondolano addosso. E io con questa strana cosa urlante in macchina. Sono partita sgranando la retro. Tu cagasti immediatamente sul tappetino.

Io non volevo un uccellino, non mi sono mai piaciuti. Eppure tu crescevi senza che io avessi in mente come. Semplicemente decisi che non ti avrei impedito di farlo. (Diventa grande) uccellinosenzanome. (Se non ti chiamo io non ti amo). Una volta t'ho trovato fuori da quell'inutile scatola di cartone in cui ti avevo posizionato il primo giorno. Anzi, per essere precisi: una volta io non t'ho più trovato, per almeno mezz'ora. A carponi per la cucina ed il salotto, fino in fondo al corridoio, per scoprire che t'eri infilato dietro la caldaia. Sollievo. C'era la finestra della sala aperta. Io non volevo.

(Nel silenzio che ho di me si sentono frusciare le tue ali), veloci. Piccoli salti si alternavano a brevi voli sperimentali, che finivano spesso per schiantarsi sui ogni vetro disponibile. Tonfi e risalite, come sanno fare solo certe piccole creature cocciute quando pensano che le finestre siano tutte aperte per loro, o lo stiano per diventare solo in virtù della loro impagabile ostinazione. Pulivo le cacche sui soprammobili. Risistemavo il pensile della vetrina antica. Una sera tornai a casa con una gabbietta deliziosa art decò, bianca.

La minuscola ciotola d'acqua era rovesciata, il cibo sparso un po' ovunque. Un guanto da forno che era sul tavolo, caduto. Segni di transvolate cuciniche inequivocabili. (Ti cerco) dove so che potevi essere. Se tu solo avessi avuto un nome ti avrei chiamato. Il cielo era di un grigio chiaro, come quando da un tentativo di pioggia vira per l'abbozzo di sole. Se ti avessi dato un nome, avrei saputo chi chiamare. Invece ho risistemato la zanzariera che ogni tanto si apriva da sola.
Per un momento ho pensato che avrei voluto vederti volare. Subito dopo pensai che (no, non è così).

Fanculo.

Postato da: Dikaiosyne a 11:17 | link | commenti