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lunedì, 23 luglio 2007
8.

La Frida è incinta. Porcaputtana.”

 

E fece tuonare la cuccia di legno con un calcio. Ogni pastore tedesco sa quando è il momento per infilare la testa tra le zampe e guardare dal basso strisciando la coda in dentro. E la Frida lo sapeva sempre. E quello era il momento. Si nascose nell’angolo più lontano del box, tutta a terra, col respiro che dall’umido nero del naso batteva sul cemento in un piccolo pianto. Sembrava pianto.

 

Però io pensavo che era ogni volta così bello. Aspettavo fino a quando si faceva enorme e stanca e si faceva grattare sotto al collare con gli occhi semichiusi. Poi si capiva che era quasi ora quando iniziava ad essere nervosa e a bofonchiare e a girare tutto intorno al box. A volte mi aveva cercata, la Frida. Aveva appoggiato il grande muso nella conca della mia mano e mi aveva guardato con occhi pieni. E io ero stata lì, accovacciata di fianco ai suoi stracci, a guardare quei cosi neri che uscivano muti uno ad uno ancora inglobati ognuno nel suo sacchetto di consegna. La lingua rosa portava via ogni residuo e li solleticava fino al primo respiro. Che schifo, Frida, mi veniva da pensare. Se non hai ancora nove anni pensi che sì, fa schifo subito, ma sai che poi apriranno gli occhi, inizieranno a stare sulle zampe e prima di camminare saltelleranno come giocattoli e ci sarà anche il giorno in cui qualcuno tenterà di abbaiare. E io l’avrei visto per prima, come tutte le volte.

 

Beh, sì. La Frida era scappata, una volta. Era successo due mesi prima, la sera che io e mia sorella avevamo chiesto di portarla al parco al guinzaglio. Per dirla tutta era lei che ci portava al parco, dietro casa. Avevamo anche un repertorio strutturato di giochi, da fare. Il bastone, la palla, la corda. Quello che preferivamo era giocare a nascondino. Mio padre la teneva e io e mia sorella ci nascondevamo. Lui, appena eravamo pronte, la scioglieva dal guinzaglio con un imperioso:”Vai, Frida, vai!” e lei, in un minuto, ci trovava. Anzi, ci veniva letteralmente a prendere, trascinandoci per la maglia o per i pantaloncini fino a mio padre: fu così che recuperò mia sorella in un fosso pieno d’acqua, quella volta che pensò di essersi nascosta bene.

 

”Vai, Frida, vai! Trova la Monica!”. Invece niente. La Frida andò via, così, per i cazzi suoi. Io ci rimasi subito un gran male, poi pensai che sarebbe tornata subito, da cagna giudiziosa che era. Tornò, ma incinta. Non pensai subito fosse una colpa. E’ perchè quando non hai ancora compiuto nove anni non hai idea di cosa sia un cane di razza, solo che un cane è semplicemente un cane, eh. Non sai. Pensi semplicemente ai cuccioli, se saprai ancora riconoscere se sono maschi o femmine, ai nomi da dare, ad andarci in giro portandoli nel cestino della bicicletta. E’ per questo che nemmeno la Frida, forse, si preoccupò più di tanto a lungo del calcio sferrato alla cuccia, dopo che il veterinario era andato via.

 

Partorì un sabato che lui era andato a pescare. Li avevo osservati da vicinissimo uscire veloci, uno e poi l’altro. Alla fine erano otto. Stavolta erano diversi, non solo neri ma anche marroni, o bianchi, fantastiche chiazze casuali e ridicole. Rimasi tutto il pomeriggio ad accarezzare i tamponcini rosati delle zampe o guardarli succhiare con i musi affondati nel pelo e già qualche nome per loro. In qualche modo che era già quasi sera, mio padre piombò giù nel box.

“Dammeli.” Io non capivo.

“Dammeli, non gli faccio niente.” Ne tenevo due col naso bagnato ficcato sul collo, gli altri di dietro.

“No.”

“Dammi quei cani bastardi!”

 

Per otto volte vidi l’urlo dello schianto di quei piccoli crani sul marciapiede. Tenendoli per la pancia spaccò loro la testa in un colpo solo ad uno ad uno, inarrestabile, sbattendoli sull’asfalto.

Li aveva messi in fila in una orribile esecuzione domestica. Prima il nero, poi il marrone, poi il marrone e bianco, poi.

Poi fece una piccola buca vangando dietro l’albero di amarene e li ficcò dentro tutti spingendoli uno sull’altro come pupazzi. Quando la terra ebbe tutto coperto ci saltò sopra troppe volte a piedi pari. Poi, dicendo che adesso era a posto, senza nemmeno lavarsi le mani andò al bar.

 

Io piansi di un grido profondo di gola, totalizzante, che non conoscevo.

Infilai le dita nel terreno senza riuscire a grattarne via molto. Lacrime e bava bambine a colare sulle mani piene e inutili. E, ad un certo punto, sopraffatta, poggiai la fronte sulle braccia distese, sdraiata sotto le amarene che erano quasi mature.

In un attimo di silenzio, quelle pause di silenzio che tagliano il tempo, in un attimo di silenzio io, uno di quegli otto, io che di anni non ne avevo ancora nove, io, uno, l’ho sentito.

 

Un cucciolo, là sotto, si lamentava ancora.

Piangeva.

Postato da: Dikaiosyne a 16:36 | link | commenti (1)

lunedì, 09 luglio 2007
Terza Pagina.

Certo, il soprannome non lo aiutava. Pinétt, lo chiamavano. Pinétt da Bòdri. Pinetto perchè Pino era un nome troppo imponente per lui, piccolo e biondo come un ciuffo di frumento lasciato cuocere al sole per troppo tempo. Infatti c'era un modo di dire, e c'è ancora:"Fatt e mess lé". Fatto e messo lì.
Ed era stato così anche per Pinétt: sua madre l'aveva calciato via da sè una sera di luglio, appena fuori dalla stalla. Ancora grondante di vita nemmeno iniziata Pinétt era stato messo lì, vicino ad una mangiatoia per i maiali. "Fatt e mess lé" significa che avrebbe potuto essere, per così dire, "normale", ma che normale non lo sarebbe stato mai. Pino era un bambino di cinquant'anni, quell'estate. E, sì, quelli del bar lo avevano sempre chiamato così. Pinétt da Bòdri.
Bòdri perchè era di Budrio, che domande.

C'erano volte in cui lui non era più lui, se mai lo era stato.

Sul tavolo di fòrmica rossa del Bar Giuliana di Budrio c'erano spesso allineati dei bicchieri. Il giorno del compleanno di Pinétt gliene fecero trovare 50. Erano quei bicchieri piccoli, quelli da vodka o da liquorino. Alcuni li avevano portati da casa, perchè il Bar non ne vantava così tanti. Ce n'erano perfino a forma di stivale cosacco. Addirittura uno con su una donna nuda. Quello lo lasciarono per ultimo. Pinétt arrivò e fu subito trascinato sotto alla grondaia da cui pendeva la carta moschicida.
Tutti urlavano il suo nome e battevano le mani sul tavolo. Ad ogni bicchierino ingoiato erano ovazioni e applausi. Pinétt incominciò a buttar giù ogni cosa. Ed era gin, era lambrusco, era bianco secco, vodka, sorbara. Avrebbe dovuto indovinare cos'era, per smettere. Lui non indovinava mai. E allora giù a bere. E poi urlavano, e poi giù un altro. Fino all'ultimo bicchiere, che Pinétt sputacchiava le parole una sull'altra. E rise anche quando Il Napoletano prese la macchina, la sua macchinona d'argento.
Qualcuno urlò di andare e Pinétt non si accorse nemmeno che già erano in strada e si correva verso Modena.

Poteva iniziare rompendo un uovo, o una matita, qualcosa di piccolo.

La luce gialla dei lampioni colava sui ghigni e sulle mani che gli picchiavano le spalle. In un viale senza alberi si fermarono improvvisamente. Pinétt aveva un gran mal di stomaco e vedeva tutto girare. Poi Bertoun, che s'era messo davanti e aveva segnato tutta la strada da Budrio a Modena città con ampi gesti della cicca accesa sempre stretta nella mano sinistra, chiamò forte qualcuno in direzione di alcune panchine. Ed ecco che arrivarono due persone, due donne, due ragazze, due negre. Due negre. Una delle due scappò immediatamente spaventata da chissà che cosa. L'altra, che aveva lunghe treccine nere e troppi denti bianchi in un sorriso larghissimo rimase ad ascoltare Bertoun. Segnarono Pinétt col dito. Parlarono ancora. Tutti dissero "Ok, ok".
E poi non successe nulla, a dire la verità.
Su quella panchina l'unica cosa che Pinétt fece fu di ascoltare le parole che uscivano dalla bocca enorme di questa donna che gli stava parlando. Lei, ad un certo punto, gli si era anche seduta in braccio, prendendogli le mani e posandole su di sè. Lui le aveva lisciato la minigonna a scacchi e toccato le trecce che gli sembravano strane. E l'aveva annusata. E baciata su di una guancia, come gli avevano insegnato a fare per le Cresime, le Comunioni. E poi ancora, nel momento in cui Il Napoletano e Bertoun lo avevano chiamato da lontano con un fischio, lui le aveva stretto forte la mano dicendo "compagna", come gli avevano insegnato a fare alla Festa dell'Unità.

Una volta lo trovarono in bagno, il water e il lavandino divelti dal pavimento. E non aveva ancora finito.

"Portami a Modena dalla Compagna".
Il Napoletano rispose serafico che Juliet, e non La Compagna, come la chiamava lui, voleva soldi. Glielo disse così, senza nessunissimo giro di parole. Allora Pinétt inspirò forte nella sua polo di piquet e si strinse nelle spalle. Lo sapeva, disse, che per sposarsi occorrono soldi. E li aveva portati tutti, aveva con sè il necessario. Ma c'è da dire che quest'ultima frase Pinétt non la disse, la pensò e basta. Per la verità non fece nemmeno in tempo a pensarla per bene, perchè Il Napoletano e Bertoun erano già a darsi di gomito sulla parola "sposarsi". "Vuoi sposare Juliet? Mo va bein là, vat a fèr n'etra ciavéda, Pinétt, c'at purtom a ca' sua!" e riaccendendo l'ennesima camel erano
di nuovo sulla macchina d'argento verso la via di Modena. Stavolta si andava a casa sua! E poi Juliet è come Giulietta, pensava. Le ginocchia bianche e ossute si fregarono tra loro in
un piccolo moto d'emozione, mentre si sistemava i bermuda e il marsupio del milan, che portava quella sera.

"Devo farlo, mamma! DEVO FARLO!!! Perdonami, ma devo farlo!!!" Lo fermarono appena in tempo.

Alla fine ci tornò tante volte da solo, a casa di Juliet. La strada era semplicissima da imparare. Bastava seguire la via che porta all'autostrada di Modena, poi, dopo Carpi, costeggiarla dove finisce l'asfalto fino a quando non si incontra un vecchio distributore in disuso. Ancora più avanti della fabbrica di cavi elettrici, là dove sembra che non si dovesse più andare da nessuna parte c'era una casa colonica cadente. Il fienile era proprio del tutto diroccato e Pinétt aveva anche la sua bella
paura a passarci di dietro. Parcheggiava il motorino in una nuvola di polvere nell'aia ed entrava solo dopo aver bussato, ma il più delle volte era aperto e la tenda dipinta con palme dorate dondolava piano davanti a lui. Non è che si parlasse molto, dentro. A lui piaceva il suono gutturale di parole insensate e tuffava il naso dentro il collo di lei. Odorava di tutto, di odori mai sentiti, di aspro e di bello. Un pomeriggio che forse aveva annusato troppo gli fece voglia di leccare.
Un pomeriggio che forse aveva annusato troppo, a Pinétt venne voglia di mordere. Giulietta aveva sorriso tanto da illuminargli la faccia, poi l'aveva allontanato un po'. Pinétt morse ancora, e forte. Quando lei vide il suo stesso sangue urlò talmente forte da strappargli via l'anima buona e allora.

Fece come faceva sempre quando lui non era più lui. Iniziò dapprima a spaccare un piccolo vaso colorato che era sul comò laccato. Poi lo specchio. Poi il lampadario di gocce di vetro .Poi l'armadio, coi cassetti, le ante e tutto il resto. Poi staccò il piccolo televisore in bianco e nero e lo fracassò sulle treccine di Juliet. Lei non disse una sola parola.
Lui disse semplicemente "Devo farlo, Giulietta! DEVO FARLO!!! Perdonami, ma devo farlo!!!".





Pinétt tornò a casa che era solo molto sudato. Nessuno gli chiese nulla, perchè nessuno nemmeno seppe prima di parecchi giorni di quella catapecchia che andava a fuoco
nelle campagne di Modena. E quando si seppe la storia non meritò che un trafiletto in terza pagina della Gazzetta, con su poche righe che parlavano di niente.

Postato da: Dikaiosyne a 15:32 | link | commenti (3)