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domenica, 11 marzo 2007
"Scusami."

"Non è niente."

Non le ha mai chiesto scusa. Neppure quella volta che il sangue le colava talmente forte dal naso che sembrava una fontanella impazzita. Credeva che si fosse come, chissà, aperto qualcosa. Un tubo, un pezzo, un varco, la sua faccia.
Ha imparato a guardare il sangue che cade come una cosa che non le appartiene. Dall'entità dell'urto sa già se e quanto ne sta per arrivare fuori da lei. Ormai lo sa. Ormai si sa. Lo osserva finchè non diventa vischioso e ci intravede di loro. Allora se ne riappropria e ne risente l'odore feroce di metallo. Ecco, quello è il momento di pulire, che poi.

C'era stata quella sera in cui gli aveva preparato un carpaccio pazzesco. E le lasagne, prima. Il pane alla destra del piatto. Lui era entrato senza passare dal garage, gli scarponi infangati sul pavimento che luccicava di cera data a suon di gomito. Le era sfuggito un "Oh, no…" e mentre stava lì, piegata sullo schienale della poltrona del salotto, con un pugno ad afferrarle la nuca lei concentrava il suo sguardo sul flute accanto al portacandele. Aveva un alone. La collana della mamma si spezzava sotto la morsa della mano serrata e la tempesta di urla. Era da lucidare, quel bicchiere. E anche lei, pensava, ecco.

Poi, inaspettatamente, va tutto meglio. Quando le orecchie rimbombano di suoni lontani e i colori fuori di lei si fanno cupi, quando i colpi si fanno lenti, quando arriva il silenzio. E silenzio intorno al silenzio. Lui è ora piccolo, torpido. Va via. Giri ovattati concentrici tra il tinello e la cucina. Lei, spesso, cerca solo di respirare piano. Lui torna. Si avvicina. Sbatte il fiato contro al suo. Non è niente, pensa. Ha solo grattato via con le mani quello che di brutto c'è in me. E' perché mi ama. E' perché solo io lo so. Che non smetta mai.

C'è quell'ombra fredda e pesante, sotto lo sterno. Lei se la sente da tanto di quel tempo. Da prima che conoscesse quest'uomo che, lo san tutti, le vuole un gran bene. Fin dai primi giorni sapeva benissimo come provocargli quello sguardo sinistro, quel virare di luce negli occhi. Lui, quel macigno, quel cadavere di persona cattiva nascosto giusto sotto la pelle, l'avrebbe strappato via. E allora seppe che aveva bisogno di lui. E di quella scarica di compassione elettrica sul suo corpo, che solo lei sapeva come accendere. On, Off. Accenditi, cresci, colpisci la putrefazione che non vedi ma che è qui, proprio qui, qui con me.

"Scusami."

"Non andare via."



E quella sera che nemmeno pioveva lui l'aveva guardata fissa, sperando di allungare la sua agonia almeno per un altro minuto.
L'aveva guardata forte fino all'ultimo tremore, poi c'ha sputato sopra urlando di lei.

Postato da: Dikaiosyne a 21:47 | link | commenti (2)


Commenti
#1    11 Marzo 2007 - 23:25
 
nn ho capito il tuo commento al mio blog...
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#2    20 Marzo 2007 - 13:25
 
Ciao!
Quando dici che hai conosciuto Isabel ti riferisci alla Allende?
Se è così,ti invidio!
Dove?
:)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente BrigitLaRosa

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