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“
E fece tuonare la cuccia di legno con un calcio. Ogni pastore tedesco sa quando è il momento per infilare la testa tra le zampe e guardare dal basso strisciando la coda in dentro. E
Però io pensavo che era ogni volta così bello. Aspettavo fino a quando si faceva enorme e stanca e si faceva grattare sotto al collare con gli occhi semichiusi. Poi si capiva che era quasi ora quando iniziava ad essere nervosa e a bofonchiare e a girare tutto intorno al box. A volte mi aveva cercata,
Beh, sì.
”Vai, Frida, vai! Trova
Partorì un sabato che lui era andato a pescare. Li avevo osservati da vicinissimo uscire veloci, uno e poi l’altro. Alla fine erano otto. Stavolta erano diversi, non solo neri ma anche marroni, o bianchi, fantastiche chiazze casuali e ridicole. Rimasi tutto il pomeriggio ad accarezzare i tamponcini rosati delle zampe o guardarli succhiare con i musi affondati nel pelo e già qualche nome per loro. In qualche modo che era già quasi sera, mio padre piombò giù nel box.
“Dammeli.” Io non capivo.
“Dammeli, non gli faccio niente.” Ne tenevo due col naso bagnato ficcato sul collo, gli altri di dietro.
“No.”
“Dammi quei cani bastardi!”
Per otto volte vidi l’urlo dello schianto di quei piccoli crani sul marciapiede. Tenendoli per la pancia spaccò loro la testa in un colpo solo ad uno ad uno, inarrestabile, sbattendoli sull’asfalto.
Li aveva messi in fila in una orribile esecuzione domestica. Prima il nero, poi il marrone, poi il marrone e bianco, poi.
Poi fece una piccola buca vangando dietro l’albero di amarene e li ficcò dentro tutti spingendoli uno sull’altro come pupazzi. Quando la terra ebbe tutto coperto ci saltò sopra troppe volte a piedi pari. Poi, dicendo che adesso era a posto, senza nemmeno lavarsi le mani andò al bar.
Io piansi di un grido profondo di gola, totalizzante, che non conoscevo.
Infilai le dita nel terreno senza riuscire a grattarne via molto. Lacrime e bava bambine a colare sulle mani piene e inutili. E, ad un certo punto, sopraffatta, poggiai la fronte sulle braccia distese, sdraiata sotto le amarene che erano quasi mature.
In un attimo di silenzio, quelle pause di silenzio che tagliano il tempo, in un attimo di silenzio io, uno di quegli otto, io che di anni non ne avevo ancora nove, io, uno, l’ho sentito.
Un cucciolo, là sotto, si lamentava ancora.
Piangeva.
