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Sei uno specchio. E' tutto così lento, inesorabile, tracimante. Non conosciamo il furore di arrivare subito, chissà dove, chissà perché. E' solo un inestinguibile, dolcissimamente oleosa amalgama di mani e pelle e me. E te. I tuoi capelli neri a punta di inchiostro si aggrovigliano ai miei, mentre sussurri se ti voglio "mi vuoi?". Ripetilo. Ti voglio. Se vuoi me. Perché siamo così, Anna. Perché abbracciarti di nuovo è rituffarsi nel più perfetto dei ritratti. Le mie dita si infilano fin dove sei caldissima e il tuo odore mi esplode in faccia impietoso, senza possibilità di salvezza. Così ne sono sicura. Sei me.
Se avessi saputo quel lembo pelle che si incrocia sotto il tuo seno saresti stata mia da sempre, da subito o adesso. Questo ho pensato ogni volta che la mia faccia è salita verso il tuo mento proteso. Conosco le vie perlate delle tue smagliature leggere, le percorro con strade di fiato, di dita, di denti, sorrisi. Nemmeno quando le mie mani si ritrovano dal gran cercarti, smetto di averti. Piego il capo sul tuo sterno, sento il bacio che si fa largo tra me, me stessa ed il mio cranio, e la pressione invadente di dita su nuca libera da ogni difesa. Per te.
Mi scivola una tua coscia tra le mie. Lo stupore della fluidità di questo lucore insieme al lucore. Così non eravamo mai state, avevo detto la prima volta. Tu avevi riso talmente bene che non ricordo altro di sciocco se non le mie parole sorprese. Ogni volta mi accoglievi alla porta con quel gatto poderoso, che carezzavi solo con la punta delle dita. Io mi concentravo a lungo sui percorsi delle unghie rosate nel pelo, sul movimento del polso sempre coperto da braccialetti d'argento, la coda che pian piano arrivava e le dita che tornavano su. Ti riavviavi i capelli, col palmo. Le dita, per lui. Parlavi. Io, no.
"Mi vuoi?". Ripetilo. Ti voglio. Anche se non vuoi me. Perché io ti vorrei comunque, Anna. Ti vorrei della forza che hanno le immense assurdità, enormi, incredibili, pazzesche ma vere. Perché non c'è nulla che ti riguardi che non abbia a che fare anche con il tuo corpo e il mio possesso di te. Se qualcosa di noi esiste è perché sto tendendo le mani, ti prendo, mi aggrappo, ti sento, ti tengo. In un momento mi spingi giù e volti gli occhi verso il buio come i miei, perché sì che ti voglio. E diventa adesso. E' perché, tutto, volevo. Io. Se qualcosa di vero è passato di qui ha ancora Anna sparsa tra il naso e la bocca.
Ad un certo punto ho desiderato avere un cazzo. Volevo entrarti dentro, Anna. Volevo insinuarmi, entrare, ficcarmi ovunque ci fosse qualcosa di te. Ho immaginato di poggiare le mani aperte sulle tue ginocchia, piegandole all'indietro e di vedere il ventaglio dei capelli sulla sommità della tua testa, e sul cuscino di fiori gialli. Avresti sbarrato gli occhi vedendomi sovrastarti in quella maniera di inconsueta presuntuosa potenza, poi so che le tue braccia bianche che tintinnano d'argento si sarebbero sciolte ai lati larghe e immobili e, quieta, avresti riunito le ciglia alle ciglia, fondente di me.
Io lo so, quando il tuo respiro diventa sonno. Ne riconosco una tonalità più remota, lontana, ritmata. Mi giro a spiarti rannicchiata sotto mille coperte, spesso con la guancia schiacciata sul dorso della mano perfetta. Intravedo il biancore dei denti, socchiudo gli occhi e incornicio piccoli particolari di te. Il naso sottile. Alcune lentiggini. La fronte vagamente corrugata. Stasera un lungo ricciolo scuro attraversava la fronte, seguendo un ellisse che ho voluto toccare. E poi toccare ancora, come per impararla. Ti sei svegliata d'un tratto e mi hai guardata, sorpresa. La mia mano ancora appesa su di te. Io non ho detto nulla. Però hai sussurrato "ti amo". Ed è questo, tutto quello che so.
